Già ai primi deI 500 si incontra a Padova nel
teatro del Ruzante (1502-1542) il personaggio di Domenico,
detto familiarmente Menego, tipo di contadino ingenuo e
poltrone. La sua figura, soprattutto col diminutivo di
Meneghino, andrà col tempo evolvendosi, fino ad
assomigliare a quella del toscano Stenterello: lo stesso
incontro dingenuità e dastuzia, la stessa
inclinazione agli amori facili e alla buona mensa, una
analoga popolarità presso i rispettivi pubblici.
Meneghino, come Stenterello e come il piemontese Gianduja,
è uno di quei ruoli che, per la loro incisività e
personalità, vengono affidati ad attori caratteristi;
per quella stessa ragione, lasciando in ombra ogni altra
maschera, Milano ha finito col riconoscersi in Meneghino.
come Firenze in Stenterello e Torino in Gianduja.
Di Menego e Meneghino, contadini scesi in città per fare
il domestico, si raccontano episodi in cui la loro
ingenuità supera di gran lunga quella del famoso Pierrot.
Un giorno, vedendo passare per via un pittore che portava
sulle spalle due ritratti, Meneghino rincasò ansante,
senza aver fatto la commissione che gli era stata
affidata. « Oggi non esco più
dice al padrone. Ho incontrato in istrada
un uomo con tre teste, e non mi sembra naturale. Porta
sfortuna ». Unaltra volta Meneghino, mentre sta
accendendo con acciarino ed esca un candeliere, si scotta
un dito con la scintilla: tanto è il bruciore, che
lascia cadere tutto e resta al buio. Allora cerca a
tastoni la candela, va ad accenderla da un vicino di casa,
e poi rientra per cercare laccendino. « Sapevo che
li avrei trovati » esclama soddisfatto, e subito se ne
serve per accendere la candela già accesa.
Una sola volta Meneghino passa dallingenuità
allastuzia. Pantalone, il suo signore, gli vede
cucito allorecchio un bottone e gliene chiede
ragione con male parole. Il servo, pronto, risponde: «
Devo aver sentito qualcosa di sporco ».