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GIANGURGOLO
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Larga popolarità ottenne in Europa, soprattutto negli
anni del predominio spagnolo (secoli XVI e XVII) la
maschera del Capitano valoroso e spaccone, che assunse
volta a volta i nomi di Spavento, Spezzaferro,
Spezzamonti, Fracassa, Bombardone. Giangurgolo, cioè
Giovanni dalla grande gola, è il tipo calabrese del
Capitano, anche se il suo cappello a punta, il naso
aguzzo e latteggiamento dinoccolato già si
ritrovano nella figura di un antico mimo di quella
regione, rinvenuta in una incisione su onice alla fine
del Medio Evo. La decadenza degli Spagnoli,
linvenzione delle armi da fuoco, la nuova
concezione della guerra sulla base non più di scontri
individuali, ma di eserciti di massa, finiscono col
ridurre gradualmente, nella fantasia popolare, la figura
delleroe a una sorta di macchietta che nasconde,
sotto di scorsi da « bravo », una caricaturale dose di
paura. A Giangurgolo piacciono le donne, però, sovente,
egli si astiene dal corteggiarle perchè teme trattarsi
di uomini travestiti ha un appetito insaziabile, ma
arriva a digiunare quattro giorni consecutivi
perchè non ha un soldo in tasca e non vorrebbe che il
rifiuto di un piatto di maccheroni costituisse
unoffesa tale da costringerlo a battersi.
« Quando io cammino dice Giangurgolo la
terra trema sotto i miei piedi. E io cammino sempre....
». Però, non appena si profila alla cantonata un
gendarme, o un ragazzino gli grida un frizzo alle spalle,
la maschera dimentica il nobile lignaggio e il conclamato
valore e corre a nascondersi con una comica agilità che
ha destato per secoli lilarità delle platee
calabresi. Con gli umili, invece, si comporta da gradasso:
ordina lasagne e salami in quantità degne di Gargantua,
e guai a chi accampasse la pretesa di veder saldato il
conto. Riferiscono i commenti dellepoca che, a
rovesciar Giangurgolo per i piedi, dalle sue tasche non
uscirebbe un grano (cioè quattro centesimi) a questa
maschera si può dunque ricondurre lespressione
scherzosa, frequente nelle riviste, per la quale
arricchire si dice far grano.
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