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GIANDUJA
Questa maschera, prediletta dai piemontesi, deve il nome a una precauzione politica: fino al 1802, infatti, l’avevano chiamata Gerolamo, ma quell’anno, ai primi del nuovo secolo, i comici pensarono bene di ribattezzarlo per evitare che si potesse scorgere allusione al nome di Gerolamo Bonaparte, parente dell’imperatore. Fu per questa ragione che i proprietari del teatrino milanese « Gerolamo », dove tuttora si tengono gli spettacoli di marionette, preferirono sospendere le rappresentazioni ed emigrare altrove.
Gianduja cioè Gerolamo, è originario di Caglianetto, in quel di Asti. Proverbiale è fra i contadini piemontesi la sua distrazione: un giorno il padrone lo portò con sè a una fiera, dove acquistò sette somari. « Conducili a casa » disse a Gianduja, e il servo, montato su una delle bestie, incominciò il cammino: però, strada facendo, volle per scrupolo fare un controllo e, sempre restando in sella, contò gli animali. Erano sei. Gianduja, disperato, partì alla ricerca del settimo somaro, e tanto
galoppò che la sua povera cavaIcatura, stremata dallo sforzo, stramazzò a terra e rotolò nella polvere il suo incauto cavaliere. Gianduja, quando si riebbe, vide sdraiato accanto a sè l’asino. « Ecco il settimo
— esclamò. Ma dove ti eri cacciato? »
Più tardi la distrazione e l’ingenuita' si combineranno con una sempre più accentuata malizia e con una nota di surreale; Gianduja, inserito nello spettacolo come caratterista, finisce con l’improntare di sè la vicenda al punto che il pubblico non vede che lui. Nessuno in platea si commuove quando il principe si è perduto per amore in una foresta azzurra, ma
l’ilarità non ha freno quando Gianduja, sentendo gli stimoli dell’appetito, gli chiede il permesso di fare un salto in rosticceria. « Siamo perduti » gli ricorda il principe con voce di mesto rimprovero. « Scusi tanto, credevo di essere a Cuneo ».

 

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