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COVIELLO
Molto popolari furono nell’antica Roma i canti fescennini, satire accompagnate da danze grottesche, nelle quali, in chiave di una primitiva licenziosità, si chiamavano le cose col loro nome. Alla memoria di quei canti si rifecero i primi comici dell’arte, riesumando talune figure di personaggi che divennero famosi in tutta Europa, ma il cui ricordo fu più tardi oscurato dall’affermazione delle più celebri maschere. Così nacque Coviello, personaggio che fu interpretato a Roma con eccezionale successo da Salvator Rosa, e che fu da lui descritto come astuto, intrigante, falso e millantatore, destro nei maneggiare il mandolino e la spada, sicché gli storici del teatro finirono col riconoscere in lui taluni dei lineamenti di Trasone, un famoso personaggio del commediografo latino Terenzio. Molière trasfigurò il personaggio di Covielio, a mezza via fra lo sciocco che fa il furbo, e il furbo che vuoi fare lo sciocco, e ne trasse quella figura di valletto, simile a Scapino, che nel « Borghese Gentiluomo » va ripetendo idea per idea, se non parola per parola, tutto quello che dice il suo padrone.

L’unica altra memoria di Covielio si trova, oltre che in Molière, in un volume intitolato « I balli di Sfessania » (cioè di Fescennia ) , nel quale il francese Callot, che studiava arte a Firenze, raccolse i tipi di una cinquantina di comici del suo tempo, alcuni dei quali erano giocolieri, saltatori, danzatori e mimi, altri buffoni, comici e interpreti d’ogni ruolo, fra i quali Babbeo, Bellosguardo, Esgangararo, Cocodrillo, Pasquariello detto Truonno, Cucurucu (nome evidentemente ispirato al canto del gallo), Meo Squaquara, Cucuba, nomi e caratteri il cui ricordo andò del tutto perduto. Il personaggio di Coviello era ormai dimenticato, ma, per secoli, restò nel parlar corrente l’abitudine di dire E’ un Coviello » per indicare uno sciocco che voglia fare il fanfarone.

 

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