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“Giuseppe e la
moglie di Putifarre”
Olio su tela; cm
279x163
Genesi capitolo 39 versetto 7-12
“… la moglie del padrone (Putifarre)
gettò gli occhi su Giuseppe e gli disse: “Unisciti a me!”. Ma
egli rifiutò e disse alla moglie del suo padrone: “Vedi, il mio
signore non mi domanda conto di quanto è nella sua casa e mi ha dato
in mano tutti i suoi averi. Lui stesso non conta più di me in questa
casa; non mi ha proibito nulla, se non te, perché sei sua moglie. E
come potrei fare questo grande male e peccare contro Dio?”. E, benché
ogni giorno essa ne parlasse a Giuseppe, egli non acconsentì a
unirsi, a darsi a lei.
Un giorno egli entrò in casa per fare il
suo lavoro, mentre non c’era nessuno dei domestici. Essa lo afferrò
per la veste, dicendo: “Unisciti a me!”. Ma egli le lasciò tra le
mani la veste, fuggì e uscì…”
Maestro
neoclassico. Ultimo quarto XVIII, primo quarto XIX secolo. Lo spazio
appiattito, le figure che si ergono immense, statiche, la mancanza di
profondità, l’ambientazione mai a campo lungo ma risolta al
contrario in contesto ravvicinato con l’aiuto di espedienti che
sbarrano la visuale verso lo sfondo con muri o drappi, l’uso di
elementi che ci riportano all’antichità riscoperta, la cromia dei
colori sofisticati, tutto questo denota la conoscenza dei canoni del
neoclassicismo. Ci troviamo certamente di fronte ad un grande maestro
italiano che forse come gli amici “dell’Accademia del pensiero”
ha saputo apprezzare a fondo il gusto classico usando nella
realizzazione del dipinto particolari che lo ricordano: il letto con
sfinge egizia, il bassorilievo con suonatrice d’arpa, l’anfora ed
il vaso canopo, sono rappresentati come nella “sala egizia” di
Villa Borghese a Roma dipinta da Tommaso Maria Conca nel 1780 .
la rappresentazione biblica è resa nel suo messaggio anche con
l’utilizzo di colori caldi che ovattano Giuseppe nella sua castità,
e con colori freddi quasi marmorei la moglie del padrone Putifarre.
L’artista
delinea i corpi “…procedendo
come attraverso pentimenti, cosicché il contorno lineare non è mai
unico, ma sembra sdoppiato come se il segno andasse alla ricerca di se
stesso, di una posizione definitiva ottimale, mai trovata …”(Barilli
Renato, “Canova e Appiani…”1999).La
frase qui riportata descrive la tecnica dell’Appiani
nell’esecuzione degli affreschi del ciclo di Sannazaro.
La stessa
tecnica la riscontriamo nell’esecuzione del dipinto in esame, questo
si nota nel braccio della donna teso ad afferrare la veste ,
Dentro i canoni
neoclassici, si muove evitando modellature, creando la scena
essenziale con i due personaggi che recitano in primo piano, raggiunti
da un’attenta zoomata, mantenendo il “non finito” tipico della
scuola neoclassica.
Parecchi
artisti si sono destreggiati in questa rappresentazione: il Tintoretto,
il Fiasella detto Sarzana, Spada Lionello, Forabosco Girolamo, Nattie,
Rembrandt e tanti altri, ognuno con la caratteristica del suo periodo,
nel nostro caso nel modo più neoclassicista possibile.
L’indicazione
dataci da Fernando Mazzocca,
prima del restauro del dipinto, era nella possibile attribuzione a Gioacchino Giuseppe Serangeli, pittore romano, nato nel 1768, morto
a Torino il 12 gennaio 1852.
Di
questo artista, l’unica biografia esistente, è legata alla carriera
del grande Jacques-Louis David.
Nel
1790, all’età di ventidue anni, beneficiava già di una solida
formazione artistica, acquisita all’epoca del suo passaggio
all’Accademia Ambrosiana di Milano. I documenti relativi al suo
apprendistato italiano sono purtroppo ancora troppo rari, ma
sicuramente il viaggio dell’Appiani a Roma con il suo rientro a
Milano, in qualche modo hanno influito sulla sua creazione artistica.
Gli stravolgimenti politici dell’epoca, le tribolazioni
rivoluzionarie, la nascita dell’impero napoleonico, lo portano a
scommettere su se stesso e attraversare le Alpi verso la Francia. Qui
l’euforia artistica incrementata dalla situazione politica che sulla
scia delle scoperte dell’antico, basava la sua figura, portava nuova
linfa artistica al servizio di quell’idea che Winckelmann aveva divulgato
sulla bellezza.
Serangeli
della sua scommessa cominciò a goderne i risultati già nel 1790 il 31
dicembre dove ottenne dall’Accademia Reale l’accettazione a
parteciparvi. Sicuramente era cosciente che si preparava ad entrare in
uno dei laboratori nella punta del dinamismo europeo di cui il
principale artefice era il David che con il suo “Giuramento
degli Orazi”
esposto anche a Roma, aveva acquistato fama internazionale.
Gli
artisti stranieri, durante tutto il XVIII secolo, erano invitati ad
essere partecipi al processo evolutivo artistico francese. Rosalba
Carriera, Sebastiano Ricci, Antonio Pellegrini, nel terzo quarto del
XVIII sec, divennero membri dell’Accademia Reale di pittura e
scultura. La rivoluzione francese sconvolse la scacchiera artistica
iscrivendosi tuttavia in un processo che la precedeva largamente: il
passaggio di fiaccola tra Roma e Parigi come capitale delle arti.
Questa transizione è simbolicamente rappresentata dal dono di Pompeo
Batoni della tavolozza a David. I laboratori francesi approfittarono
di questa situazione. Si aggiunga anche la soppressione delle giurie
nei Salon, e questo crea la situazione favorevole agli artisti
stranieri ad installarsi nella capitale parigina.
Serangeli ebbe l'autorizzazione nell'anno V
"...SERANGELI
(Gioacchino-Giuseppe),
peintre de Rome,
demeurant à
Paris depuis 1790 (élève de David), autorisé à résider à Paris:
12 floréal an V..."
Nel
1793 troviamo il Serangeli integrato nel laboratorio di Jacques-Louis
David. Gli alunni che beneficiavano di legami affettivi con il maestro
sono numerosi, tra questi Drouais, Jean-Baptiste Wicar di cui
conosciamo un disegno con la stessa impostazione scenica , e Anne-Louis Girodet. Serangeli diventò oltre che allievo anche
amico di
David , questo fin dal 1793 quando ottenne il primo ordine
per una copia del “Marat
assassinato” . Questo ordine arrivò dagli artisti tappezzieri che chiesero a David
le copie dei quadri di Lepeltier e di Marat per farne degli arazzi. Ne
furono eseguite due copie, una attribuita prima a Francesco Gerard e
poi a Jerome-Martin Langlois, la seconda sicuramente del Serangeli.
Dopo
questo lavoro, gli alunni di David parteciparono attivamente ai lavori
delle commemorazioni rivoluzionarie; Serangeli realizzò diverse copie
a tempera. L’artista italiano è legato affettivamente a David che
lo elenca tra “..gli alunni
che più si distinguono” e che comprendono anche i nomi di
Francois-Xavier Fabre, Anne-Louis Girodet e Gross.
Tra
le commissioni dirottate a Serangeli, c’è anche “il
ritratto ai figli di Seriziat”
che probabilmente sono stati realizzati nel 1795 durante una visita
del Serangeli a David ritirato a Saint Ouen. Il dipinto è stato messo
in vendita recentemente da una casa d’aste francese.
Uno
degli ultimi lavori eseguiti su commissione di David è probabilmente
l’illustrazione del Mithridate,
di Racine, eseguito nel 1801 in collaborazione con
altri importanti artisti quali:Nicolas-Antoine Taunay, Girodet, Gerard,
Jean-Guillaume Moitte, Pier-Paul Prud’hon e Nicolas-Dionigi Chaudet.
In questa occasione, Serangeli realizzò cinque illustrazioni della
vita di Berenice, riprodotte nel lavoro di Landon dedicato al Museo.
Queste
realizzazioni attestano l’inserimento di Serangeli nella pittura
neoclassica professata da Winckelmann in particolare riferimento alla
scultura canonica dell’antichità. Egli però non si limitò
all’applicazione rigorosa di tali principi.
Fin
dal 1793 Serangeli espose ai Salon del Louvre. Nel 1794 presentò una
“fuga in Egitto” che fu
acquistata da Gaudefroy, venduta in seguito a Vauthier. Nel 1795
presentò una “Carità Romana” (Una "Carità Romana" di cm. 222,5x146 firmata G.Serangeli
e datata 1824, si trova a Chambery ed è stata esposta a Torino
"Cultura figurativa e architettonica negli stati del Re di
Sardegna 1773-1861", nel 1980) giudicata dai critici come rappresentazione ispirata al Reni. Questo
suo genere fu definito dai critici parigini con l’appellativo di “guidesque”,
o vicino a Guido Reni.
Nel
1796 presenta “Orfeo supplicante”
, oggi al museo della Musica. Con questo lavoro confermò il suo stato
di pittore promettente e cominciò ad attirarsi la gelosia del mondo
dell’arte. Delecluze che incrociò nello studio di David il
Serangeli, ricorda questo quadro “di cui il successo fu buono più grande del merito”. In quel
periodo Serangeli ottenne con “la
morte di Euridice” il suo secondo premio ufficiale: "...
peintre,
né à Rome,
élève de
David, primé pour l'an VI pour son tableau
La
Mort d'Euridice:
1er vendémiaire an VII...."
. Espose al
Salon in tutti gli anni successivi fino al 1814, anno in cui presentò
la sua più importante composizione “Pirro
dopo aver ucciso Priamo prende Polixene per sacrificarla sulla tomba
di Achille”, l’opera riprodotta in un’incisione da Landon,
mostra un’avvicinamento all’opera di David “Le Sabine”.
Le
commissioni al Serangeli provenivano anche dal Ministro delle Arti di
Napoleone, Denon che sin dal 1807 gli commissionò quadri
commemorativi degli avvenimenti napoleonici.
È
in questa cornice che realizza “Napoleone
che riceve i deputati dell’esercito”
(Versailles, Museo del Castello - cm:403x531) che fu presentato al Salon del Louvre nel 1808. Questa è la lettera
che Denon scrive a Serangeli per la conferma del lavoro:
3 mai 1807 à M. de Serangeli.
Le directeur général du musée Napoléon à M. de
Serangeli, peintre.
J'ai l'honneur de vous prévenir, Monsieur, que Sa Majesté
l'Empereur,
en approuvant par sa décision du 12 avril 1807 l'exécution du
tableau dont j'ai eu l'honneur de vous parler, représentant Sa
Majesté recevant les députés de l'armée dans le musée des
Antiques, a fixé pour le prix de cet ouvrage la somme de 12 000 F,
dont moitié payable sur cet exercice et moitié sur celui de 1808.
Je vous invite en conséquence, Monsieur, à vous occuper de ce
tableau, qui doit avoir 12 pieds de haut sur 12 pieds de large.
3 maggio 1807 a M. di
Serangeli.
Il direttore generale del museo Napoleone a M. di
Serangeli,
pittore.
Ho l'onore di avvertirvi, Signore, che la Sua Maestà l'imperatore,
ha
approvato con decisione presa il 12 aprile
1807 l'esecuzione del quadro di cui ho avuto l'onore di parlarvi,
rappresentante Sua Maestà
che riceve i deputati dell'esercito nel museo dell
"antiques", ha fissato
per il prezzo di questo lavoro la somma di 12 000 F
di cui metà pagabile ora e metà nel 1808. Vi invito perciò, Signore, ad occuparvi di questo quadro che
deve avere 12 piedi di altezza su 12 piedi di larghezza.
Nel 1808 realizzò “Napoleone e
Alessandro I
dopo la pace di Tilsit”
(ora a Versailles - cm:351x510) e fu incaricato da Denon per un quadro che rappresentava “Giulio
II che incarica Raffaello di dipingere le sale del Vaticano”.
Questo ultimo progetto, non fu mai realizzato da Serangeli.
Ultima
parte importante della committenza fu quella privata. L’artista
presentò al Salon almeno otto ritratti. Fu incaricato anche dal conte
Sommaria di realizzare tre quadri per la sua villa a Como. Il tema era
quello di Psiche. Uno di questi quadri “Psiche
e le sorelle” fu esposto al Salon nel 1810. Il Serangeli realizzò
anche i soffitti della villa di Como del Sommaria. Uno di questi
dipinti di grande formato è apparso sul mercato nel 2006 “Amore e Psiche”. Di
questo dipinto nella collezione Sommaria c’è anche una miniatura
eseguita dal Gigola.
Altra
opera commissionata al Serangeli, è “la
crocifissione”
della chiesa di Lione, di cui le circostanze di realizzazione ci sono
ignote. Questo dipinto fu esposto brevemente a Parigi. Altra
opera religiosa è anche la pala di Ravenna con San Severo.
Serangeli
a Parigi nel 1805 apre un atelier seguito da ottimi allievi tra i
quali il parmigiano Claudio Linati che era anche litografo.
L’allievo più apprezzato fu Jean-Baptiste Vinchon che partecipò
regolarmente al Gran Premio di pittura dove ottenne il primo posto nel
1814.
Serangeli
partecipò assiduamente ai salotti parigini dove incontrava la comunità
intellettuale italiana. Ricordo di questa sua partecipazione è il
dipinto con “Silvio Pellico scrive le
sue memorie” ,
oggi a Chambery.
Gioacchino
Giuseppe Serangeli, artista italiano con impronta francese, è
esaltato nel dipinto di Leopold Boilly “riunione
di artisti nel atelier di Isabey” dove è dipinto all’estrema
destra
con gli artisti francesi più importanti dell’epoca, dandogli quindi
omaggio come artista francese più che italiano.
I
suoi dipinti si trovano a Versaille, a Chambery, a Milano, in
collezioni private. L’elenco delle opere conosciute, attualmente si
riduce a poche decine, ma è in fase di crescita. Infatti l’artista
di grande spessore, considerato con attenzione in Francia, anche perché
partecipe della vita artistica nel periodo dell’Impero, dopo il suo
ritorno in Italia nel 1818, ha trascorso la maturità artistica
eseguendo opere di grande interesse apparse sul mercato del
collezionismo italiano. Tra queste opere il già citato “Amore e Psiche”, opera di grandi dimensioni, diametro 230 cm., di
impostazione tipicamente neoclassica con le due figure marmoree che
riempiono la scena; “il
ritratto della cantante Giuditta Negri Pasta” (Una grande cantante Lombarda, di Saronno,
Giuditta Negri Pasta nasce nel 1797. ), l’opera è conservata nel museo della Scala a Milano ed è
stata realizzata presumibilmente tra il 1820 ed il 1831;
Il “Ritratto della
principessina Giuseppina Massimiliana de Beauharnais” conservato nel Museo di Palazzo
Belgioioso; “Ritratto
di giovane donna” (Ashmolean Museum, University of Oxford)
; “Ritratto del pittore Auguste
Vinchon giovane”, presentato in un’asta nel 1998 di cm.
55,5x46;”Ritratto di artista”
presentato nel 2003 di cm. 73x59 ; “Ritratto di donna in abiti
neoclassici” presentato all’asta nel 1992;
“Germanie Faipoult de Maisoncelle e la figlia
adottiva Julie
Grandjean Delisle" presentato nel 2004
di cm 192x128 ; “Venere e Amore tra le tre Grazie” presentato all’asta nel 1991,
di cm 100x75 e battuto a 36600 €; “Venere
dormiente e Amore” presentato alla
Dorotheum nel 1993 ( cm. 95x127); nel 1996 alla Fischer di Lucerna è stato battuto un
piccolo dipinto, cm 18x13, raffigurante “Venere
e Amore” a circa 7000 €; “Amore e Psiche” di cm 230 di
diametro è stato presentato con una base d’asta di 60.000/80.000€
.
"Ritratto di Olimpia e Colette Montcabrie" del 1812.
Nella
produzione del Serangeli si colloca con grande interesse il nostro
dipinto .
Di grandi dimensioni, cm 279x163, e di provenienza degna di
attenzione. Il precedente proprietario, importante gerarca fascista
locale, ha lasciato un’interessante dichiarazione sulla provenienza
del dipinto: lo studio di Giuseppe Zanardelli, ministro del governo
italiano (1826-1903).
Lo
studio del dipinto ci porta a diverse considerazioni di natura
stilistica , culturale. La ricerca spasmodica dell’autore, ci induce
ad esaminare attentamente partendo dall’alto i vari artisti più
accreditati ad una possibile paternità.
1.
sicuramente
l’opera è di provenienza italiana, questo è dato dalla proprietà
precedente e dalle indicazioni che questa ci ha fornito: eredità dal
nonno paterno che a sua volta l’aveva acquistato da Giuseppe
Zanardelli. Può anche essere una bufala, ma visto lo spessore del
proprietario e dei suoi antenati, specialmente il nonno che aveva
rapporti con il Ministro Zanardelli, non solo di carattere politico,
ma di amicizia, si presume sia veritiera.
2.
La
stesura pittorica: l’analisi ci porta a considerare la possibilità
di un esecutore sicuramente
italiano che abbia apprezzato e visto i lavori dei maestri italiani e
ne abbia assimilato le tecniche di esecuzione.
La
raffigurazione:
Il
tema di “Giuseppe tentato dalla moglie di Putifarre” è caro agli artisti
di ogni epoca, ma più ancora ai committenti, questo perché oltre
alla rappresentazione biblica che forse era il lato meno interessante
della scena, più attirava la parte erotica data dall’infedele e
bella moglie di Putifarre. Nel tempo molti artisti si sono cimentati
nell’esecuzione. Tra questi possiamo ricordare Guido Reni ,
il Tintoretto ,
il Guercino ,
Murillo , il Cignali ,
Rembrandt ,
Spada Lionello ,
Nattie
e Prud’hon , per elencarne qualcuno. Il nostro dipinto ricalca la tipologia con cui
gli artisti d’epoca precedente hanno realizzato la scena dando però
sensazioni diverse. Guido Reni ingentilisce la seduttrice quasi con
purezza, mentre il Tintoretto quasi scherza sulla scena: lei sorride e
lui quasi inciampa nel mantello per sottrarsi alle sue attenzioni;
anche in un dipinto di Jacob Joerdaens, lei scherzosamente attrae
Giuseppe, mentre lui si svincola. Il Guercino fa di Giuseppe un
personaggio quasi nauseato mentre lei dolcemente tenta di
accarezzarlo. Il Giuseppe di Murillo è disperato, mentre quello di
Rembrandt davanti a tanto erotismo sembra sbirciare. Il Cignali crea
la scena avvincente, lui è già fra le braccia di lei, ma vuole
resistere alla tentazione. Nattie Jean-Marc fa di Giuseppe un uomo
puro e lei la dolce seduttrice. Proud’hon sembra aver visto il
Cignali e ne trae una scena amorosa.
Nel
nostro dipinto, l’artista neoclassico usa la statuarietà dei
personaggi per creare una scena che risultasse più avvincente
possibile e arreda l’ambiente come mai nessuno degli artisti che lo
hanno preceduto, aveva fatto. Non c’è solo il letto, il corpo nudo
di lei, ma c’è anche il vaso canopo che sprigiona l’inebriante
profumo; c’è la brocca con il vino, la suonatrice d’arpa dipinta
sul muro; l’erotismo della sfinge, e poi i colori: il candore del
lenzuolo che accoglie il biancore statuario di lei, fredda, dolce e
decisa, mentre Giuseppe con la carnagione calda dal sole del deserto,
con il mantello rosso che spicca sul giallo della veste. Tutta
l’ambientazione è reale. Non si trovano in un palazzo
rinascimentale, ma in una dimora egizia. Lei non è coricata su un
letto monumentale lombardo, ma su un letto basso, quasi a terra per
sentirne il fresco, non per ripararsi dal freddo. Poi l’oro della
sfinge, dei bracciali, della bordura che risalta sul materasso
morbido. Non ci sono tavoli rococò, il vaso canopo con testa egizia
è lì per terra e la brocca col vino appoggiata su un drappo.
Guardando
attentamente la scena e la posizione di lei, un piccolo pensiero viene
alla mente: Paolina Bonaparte nella scultura del Canova di cui conosciamo anche un disegno
. Certamente la sensazione è forte e arduo è l’accostamento, ma dei
piccoli particolari ci inducono a non abbandonare questa ipotesi. La
bella e audace sorella di Napoleone aveva un piccolo difetto, il lobo
dell’orecchio non era come il Canova lo rende nella sua scultura di
Villa Borghese ,
ma era quasi inesistente
tanto che lei chiese al Canova di farlo normale cioè evidente.
Paolina era solita nascondere questo difetto coprendosi il capo con un
velo o un cappello . La bellezza di Paolina era tale che pochi le resistettero, solo in
due, un generale francese e lo stesso Canova. Si racconta infatti
delle attenzioni che ella mostrava per il Canova durante le ore che
dovette posare per la scultura di Villa Borghese, ma alle amiche
raccontò del non interesse che Antonio aveva
verso di lei. L’accostamento di questo episodio con la scena del
dipinto può essere tranquillamente proposto anche confrontando i
ritratti del Canova e giudicarne oltre all’espressione, anche la
possibile somiglianza
da un ritratto di Gaspare Landi ed uno di Thomas Laurence.
La
somiglianza di Giuseppe con altri riferimenti porta ad altre tre
opere, una di epoca pompeiana , una di Pietro Benvenuti, pittore neoclassico (Arezzo, 1769-1844)
raffigurante “Apollo” e da un bozzetto di Andrea Appiani .
Certamente
le analogie sono molte, tutte però che ci riportano al
neoclassicismo, cioè in quel periodo dove si apprezzava il bello
dell’antichità e del |